martedì 19 febbraio 2013

Part XXI: Quito - Frontera Ecuador - Colombia (02-02-13 / 15-02-13)

Come sempre, uscire da una cittá grande in autostop é un delirio, e per uscire da Quito ci metto un'ora e mezza... e vabbé! Per arrivare a Esmeralda ci metto un sacco, tipo 8 macchine, camioncini e camion diversi, e l'ultimo passaggio é quasi epico: il 4x4 ha giá 4 persone dentro, giá belli brilli, tutti neri (andando verso la costa, la popolazione é moolto afro), con birrette e frutta locale, e il tipo mi dice che mi da un passaggio solo perché ho la chitarra (evviva!), e che devo suonare! Ahah, il 4x4 ha anche il sedile al fianco del conduttore girevole, cosí tra una birretta e una suonatina, uno stop di una ora nella casa di un amico dei tipi a ballare salsa, mangiare buonissime banane e altre birrette, arrivo la sera alla playa di Esmeralda, e mi dirigo verso la casa di Ruben, che mi ospita... Poi vengono altri due colombiani, Camilo e Sofia, la morosa svizzera Sara e due amici svizzeri di Sara, un casin de gente insomma... Il giorno dopo parto per una spiaggetta consigliata da Ruben, che mi dice che é assolutamente non turistica e tranquillissima, e in effetti Esteros del Platano é un piccolo paradiso, con un paesetto di 150 abitanti, o pescatori o coltivatori di avocado e banane, sperduto e affascinante: tra l'altro, c'é una specie di mezza selva, che arriva fino alla spiaggia praticamente, quindi alberi, sabbia e poi mare, non tanto moviementato ma con delle onde medie. I primi due giorni li passo con i ragazzi colombiani, i pescatori ci regalano pesce (che ovviamente non mangio), e avocados, poi i colombiani se ne vanno e mi passo altri 4 giorni da solo, regolando la mia dieta con insalata di avocados, i mitici patacones (banana verde bollita, poi schiacciata e fritta), barattata con braccialetti, e altra frutta, che mi regalando o scambio con appunto braccialetti, e poi leggo, cavalco le onde, passeggio, dormo in amaca, suono la chitarra, insomma, relax assoluto! Conosco anche un vicino di casa, Sturar, sculture inglese che ha anche fatto delle statue nel museo delle cere di Londra, con il quale faccio interessanti chiacchierate di fronte ai fuochi notturni. Il tempo in spiaggia passa in fretta, e visto che voglio andare a vedere i Mago de Oz a Cali, dopo 6 giorni me ne torno sulla sierra, a Ibarra: a parte un coglione che voleva farmi pagare il passaggio in macchina, mi godo il viaggio, anche perché il territorio é verdissimo e le valli molto belle...
A Ibarra é Gaby e la sua famiglia ad accogliermi: Ibarra é una cittá abbastanza grande, che chiamano la ciudad blanca, anche se non e' assolutamente al livello di Sucre o Arequipa (la ciudades blancas di Boliva e Perú), peró é attorniata da monti e vulcani: ovviamente il vulcano Imbabura me lo scalo quando c'é un nebbione da fogo, tanto che ad un certo punto decido che é meglio tornare indietro sennó avrei potuto perdermi (tra l'altro arrivo tutto contento ad un cartello che spunta dalla nebbia, per capire dove sono, ma... non c'é scritto niente!). A Ibarra é anche tempo di carnevale, e con Gaby, Javier, il fratello Juan Carlos e altri amici ce ne andiamo nel Valle del Chota ad un caratteristico carnevale locale (nella valle tra l'altro c'é un'altra comunitá afro): io speravo di vendere braccialetti e palloncini per bambini, ma arrivando mi accorgo che sará ben difficile... Il carnevale é una battaglia di acqua, fango, pittura, farina e di tutto ció che puó sporcare e bagnare, e per ore intraprendo una battaglia contro tutti, difendendomi e attaccando, a ritmo di salsa, cumbia, bomba e altre diavolerie musicali, con migliaia di persone mezze mbriaghe ahahah, comunque giornata epica. Tra le cose piú belle intorno a Ibarra, la laguna Cuicocha, una laguna che a me é quasi piaciuta di piú di Quilotoa, con un paio di isole in mezzo e un percorso intorno alla laguna di 14 km tra vulcani (il Cotacachi) e vegetazione rigogliosa. La notte me la voglio passare li, il primo guardiaparco mi dice che sí, posso campeggiare, poi ritornando, il secondo mi dice di no, e allora la notte la passo praticamente sotto il casotto del guardiano, con un freddo cane e pioggia, ma mi dico: almeno domani mattina mi sveglio e vedo tutta la laguna stupenda e senza nuvole (visto che il giorno era stato parecchio nuvoloso e anche un po' piovoso). Col cavolo, la mattina un nebbione padano non mi ha permesso neanche vedere l'acqua della laguna...
Lo stesso giorno vado verso Otavalo, sede del mercato artigianale piú grande dell'Ecuador (famosi i ponchos), almeno mi sembra: comunque buuuu, a me non é piaciuto, sará che ormai sono stufo di vedere le stesse cose vendute dalla Bolivia fino all'Ecuador, ma la cittá mi é sembrata assai commerciale e poco interessante... Meno male che conosco un peruviano artigiano simpatico, Giancarlo, e me ne vado a passeggiare verso la vicina laguna di San Pablo, in veritá non molto bella (sará che il giorno prima ho visto la Cuicocha!). La sera ritorno a Ibarra, ed é calcio spettacolo: l'Ecuador ha ammirato ancora un'altra volta i miei prodigi calcistici, una lezione di calcio italiano insomma.
Ah, ad Ibarra ci sono delle delizie deliziose, quali i gelati di crema, tra i piú buoni dell'Ecuador (gustosissimo quello con Ron y uva passa) e i mitici pan de leche, fatti con farina di mais, uovo e formaggio, ai quali sopra si spalma marmellata di more slurp!
Ed é cosí che un 15 di febbraio decido che é l'ora di lasciare l'Ecuador, un paese che mi ha sorpreso, e che rimarrá nel mio cuore. L'autostop per la frontiera non é per niente semplice, arrivo ad aspettare fino ad un'ora e mezza (incredibile in Ecuador), pero' arrivo a Tulcan la sera, e da li sono altri 10 km dalla linea immaginaria che mi porterá verso la Colombia. Il paese del narcotraffico, delle belle donne, della salsa, di Valderrama e soprattutto de las Arepas, con le quali sogno da Buenos Aires...

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