Forse vi interesserà sapere
che sto scrivendo da un Mac, quindi non ci capisco niente, e lo sforzo per
scrivere è enorme, insormontabile, più di qualsiasi cosa che abbia fino ad ora
fatto. Veramente. Comunque sia, mi sottopongo a questa tortura per voi, solo
per voi o miei fan, ascoltando "The Odissey" dei Symphony X, canzone
più adatta non c'era per questa Odissea ahahah. Tornando alla semi-serietà di
questo blog, vi narro ciò che è avvenuto nella sierra ecuadoriana, una zona
dove tra dicembre e gennaio pare piovere un giorno si e un giorno si, o almeno
dove l'umidità è sempre presente. Ma cavolo, e io che pensavo di trovare sempre
sole cocente e giornate spettacolari... e vabbè, non si può avere tutto, mi
accontento di essere estremamente bello e quindi ogni giornata comincia con il
sorriso guardandomi allo specchio. Da Loja arrivo a Cuenca in bus, anche se mi
hanno detto che l'autostop qua funziona da Dio: beh, a parte che il bus è assai
poco caro, un dollaro la ora più o meno, e poi meglio non rischiare, si viene
da una malattia quasi mortale. Cuenca è veramente carina, una delle città più
belle del Sudamerica che conosco, a livello europeo diciamo, con chiese di alta
qualità (la cattedrale, con le sue cupole azzurre, viene catturata più volte
dalla mia sempre-più-maltrattata camera fotografica, ma anche San Blas o San
Agustin), e l'atmosfera in generale è gradevole: aveva ragione Paolo nel suo
blog quando diceva che Cuenca è una delle poche città sudamericane dove avrebbe
volentieri vissuto. Beh, nel periodo nel quale la visito, la città è piena di
turisti, il Natale è vicino, soprattutto turisti non sudamericani, ai quali
sono allergico ormai, ma tant'è... Ad ospitarmi sono Patricio e Giovanny, una
coppia che vive in una bella casa in un quartiere bene di Cuenca: i due sono
simpatici, calzolai, e Patricio è appassionato di danza tradizionale, e mi
informa che il giorno dopo il mio arrivo avrebbe ballato nella sfilata del Niño
Viajero, una celebrazione/carovana per rendere omaggio ad una statua di un bimbo
Gesù che è andata a Gerusalemme, Roma e altri luoghi, e allora qua ci fanno su
una storia lunghissima, giusto la vigilia di Natale. Il giorno dopo me lo vedo
danzare quindi, una danza della costa, sui tagliatori delle canne da zucchero,
ma dopo un paio di ore a vedere la carovana enorme, mi vengono due maroni
grossi come zucche, e me ne vado a visitare la città, piena zeppa di gente: tra
la gente, anche Roberto e Letizia, accompagnati dall'amica Betti, con i quali
mi incontro nel pomeriggio. Bello rivedere facce conosciute dopo un mesetto, e
con loro ci visitiamo un po' la città e ci organizziamo per andare a passare il
Natale, il giorno dopo, in compagnia nel Parque Nacional Cajas, nei monti della
zona. E il giorno dopo, a parte qualche problema terminale, cioè che ci siamo
diretti in terminales diverse, ce ne andiamo verso il parco, con nubi
minacciose, le solite che accompagneranno questa parte di viaggio, ma saranno
clementi e, a parte qualche goccia, ci fa passare una bella giornata in mezzo a
lagune, boschi di quina, un'albero veramente figo, da storia delle fate, e
montagne, con un pranzo natalizio spettacolare, a base di panini e soprattutto
il panettone, che si trova anche qua! Beh, avrei preferito il pandoro, ma
bisogna accontentarsi... Salutati i ragazzi, che andranno verso nord per
passare il capodanno a Quito, il giorno dopo lo dedico a visitare bene la
città, il museo principale e le modeste rovine incaiche (e preincaiche) ubicate
nei dintorni di Cuenca, e soprattutto la sera mi compro il DVD de "Lo
Hobbit", imperdibile per un appassionato come me, e anche se la qualità di
registrazione pirata in un cinema di ottavo livello non è il massimo, io godo
come un riccio alla visione del film.
Detto addio a Cuenca, mi dirigo verso la vicina Ingapirca, villaggio che possiede il patrimonio archeologico più importante dell'Ecuador, con delle rovine cañari (popolazione pre-incaica), poi diventate incaiche, interessanti e in buono stato: da li, un fortunato autostop mi porta fino a Riobamba, conosciuta come la "Sultana delle Ande", "Culla della civiltà ecuadoriana", "Città delle primizie"... e vacca bo', quante robe! Comunque, si trova proprio in mezzo all'Ecuador, ed è anche stata, nella sua vecchia versione (Santiago de Quito mi sembra), la prima città spagnola del paese: comunque non è che sia spettacolare (parecchi terremoti l'hanno trattata male...), ci sono pochi edifici degni di nota, ma è tranquilla e il tipo che mi ospita, Holguer, è simpatico, come anche suo fratello Daniel, e hanno pure un bar (in verità semi deserto a parte i soliti noti, 2-3 tipi sempre li), e ciò mi convince di rimanere li un po' di più, anche per passare Capodanno. Nei paraggi c'è l'alto Chimborazo, la montagna più alta dell'Ecuador e, attenzione attenzione, la più vicina al sole di tutto il mondo! Perché, visto che la terra ha forma ellittica e l'Ecuador è proprio sulla linea equatoriale, il Chimborazo è più vicino al sole che l'Everest, quindi ci sono andato vicinissimo al sole!!! Ma non sembrava tanto eh, freddo cane per andare su (il Chimborazo è sui 6300, anche se io sono arrivato a 5300 più o meno, dove da cento metri cominciava la neve...), anche se ho una bella dose di fortuna e me lo vedo senza nuvole. In verità il Chimborazo è un vulcano, come tantissime montagne qua in Ecuador, e giusto vicino a Riobamba ce n'è uno attivo, il Tungurahua, da qualche annetto bello nervoso. Comunque, gli ultimi cento metri sono un agonia, le scarpe, ormai più buchi che scarpe, sono super lisce, e camminare sulla neve ghiacciata mi fa sentire agile come un orso ballerino. Nei dintorni mi visito anche le lagunas de Atillo, ovviamente con un nebbione padano che me le fa apprezzare enormemente, anche se risultano alquanto affascinanti. Il capodanno lo passo con la familia di Holguer, tutti mascherati da qualcosa, con un bel lavoro pomeridiano a truccare la gente (e me stesso), e poi trasferiti al bar a giocare a giochi in scatola fino a tardi, tutto tranquillo e piacevole.
Dopo aver provato alcune specialità locali, come il ceviche de chochos, una specie di ceviche fatto senza pesce ma con dei legumi della zona, delle empanadas buonissime, el bolon de verde (una palla deliziosa, con farina di mais e carne, o formaggio) e alcune tortillitas con formaggio, e la visita di un paio di chiese nella provincia (la più antica di tutto l'Ecuador, e una pacchianata neogotica enorme in un paesello piccoletto), me ne vado in direzione di Ambato, città di passaggio, dove però mi trovo bene con il buon Juan Pablo, psicologo amante dell'Europa, dei libri, dell'arte e della musica, e soprattutto gran goloso (la Nutella e la cioccolata non mancano!), con il quale ci facciamo delle belle chiacchierate, oltre a conoscere un tot di amici, tra i quali il fotografo Luis, che si innamora della mia linda figura e passa un pomeriggio a farmi foto in varie parti della città, mentre ne approfitto per assaggiare varie deliziosità locali, quali la colada morda (specie di api boliviano), il pan di Pinllo e soprattutto il mitico ponche suizo, una specie di frappè, però non frappè, non so la parola giusta, super dolce e cremoso, e e fritadas (carne asada). In una giornata ancora piovosa mi avventuro per il parque Llaganates per vedere alcune lagune, con una pioggia battente e assai molestatrice, soprattutto se devi camminare sei ore, ma fortunatamente vengo preso su da un gruppo di riobambesi in macchina, e così mi risparmio un sacco di acqua e freddo, e con i quali vado anche al villaggio di Pillaro a vedere la diablado, una specie di carnevale dove i ballerini sono vestiti da diavoli, di tutti i tipi!
Ultima tappa di questa prima parte di Ecuador è la cittadina di Baños, dove il numero di turisti supera quella degli autoctoni, posizionata ben più in sotto di Ambato ma ancora non calda, sempre colpa di sta pioggia che mi perseguita (cioè, non è che piove tutto il tempo, ma almeno una pioggia al giorno la fa...). La casa di Patricio, che mi ospita, è la più figa finora incontrata, una specie di ostello dove il primo giorno siamo ben 12 viaggiatori a invadere la sua dimora! Che roba, con argentini, cileni musicisti, ecuadoriani, franco-spagnoli, belgi, statunitensi e anche un italiano piacentino, anche se i belgi e l'italiano se ne vanno la sera. Baños è incastonata in una valle verdissima con e stretta, dominata da montagne e dal vulcano Tungurahua (Baños è situata nel lato dove la lava non arriva), e grazie all'attività vulcanica sono molte le terme, sempre affollatissime, sia dai locali che da ordate di gringos caciaroni. Mi passo i giorni passeggiando per le montagne vicine, da dove tento senza successo di avvistare il vulcano attivo, purtroppo sempre coperto da nubi, e un giorno lo dedico a pedalare per la classica "Ruta de las Cascadas" (ovviamente con la pioggia), un tratto di strada di 25 km dove si trovano un sacco di cascate, la più famosa il Pailon del Diablo, in questo periodo ancora più bella grazie alla grande quantità di acqua che passa tra le rocce di una specie di canyon (a volte la pioggia serve!). La ruta, superturistica, la faccio in compagnia di un simpatico argentino di Cordoba, Ezequiel, che prova anche il canopy, una roba da sport extrema, praticamente passare da un lato all'altro della valle attaccato a un cavo di metallo volando come un uccello, cioè a pancia in giù e vedendo il tutto dall'alto. Io non provo neanche a farlo, ste cose non fanno per me, quando mi cresceranno le piume forse... Il ritorno, contrariamente a tutti i turisti sfigati, lo faccio in bicicletta, e in effetti capisco perché gli altri non lo fanno: l'andata è in discesa, ma il ritorno quasi tutto in salita, uff uff... che penosa condizione ciclistica.
Dopo qualche torneo di playstation nella casa di Patricio (incredibili e inattese vittorie a calcio virtuale con Inter e Italia, che la playstation l'ho usata 5 volte in vita), un altro paio di ponche suizo (una droga ormai) e una mattinata nelle terme per rilassare il corpo annacquato, me ne vado in direzione della selva, stufo della pioggia e del non caldo, sognando un clima migliore: sarò fortunato??? La selva mi accoglierà con più di 30 gradi, mango e cocchi come in Perù??? Speriamo!
Detto addio a Cuenca, mi dirigo verso la vicina Ingapirca, villaggio che possiede il patrimonio archeologico più importante dell'Ecuador, con delle rovine cañari (popolazione pre-incaica), poi diventate incaiche, interessanti e in buono stato: da li, un fortunato autostop mi porta fino a Riobamba, conosciuta come la "Sultana delle Ande", "Culla della civiltà ecuadoriana", "Città delle primizie"... e vacca bo', quante robe! Comunque, si trova proprio in mezzo all'Ecuador, ed è anche stata, nella sua vecchia versione (Santiago de Quito mi sembra), la prima città spagnola del paese: comunque non è che sia spettacolare (parecchi terremoti l'hanno trattata male...), ci sono pochi edifici degni di nota, ma è tranquilla e il tipo che mi ospita, Holguer, è simpatico, come anche suo fratello Daniel, e hanno pure un bar (in verità semi deserto a parte i soliti noti, 2-3 tipi sempre li), e ciò mi convince di rimanere li un po' di più, anche per passare Capodanno. Nei paraggi c'è l'alto Chimborazo, la montagna più alta dell'Ecuador e, attenzione attenzione, la più vicina al sole di tutto il mondo! Perché, visto che la terra ha forma ellittica e l'Ecuador è proprio sulla linea equatoriale, il Chimborazo è più vicino al sole che l'Everest, quindi ci sono andato vicinissimo al sole!!! Ma non sembrava tanto eh, freddo cane per andare su (il Chimborazo è sui 6300, anche se io sono arrivato a 5300 più o meno, dove da cento metri cominciava la neve...), anche se ho una bella dose di fortuna e me lo vedo senza nuvole. In verità il Chimborazo è un vulcano, come tantissime montagne qua in Ecuador, e giusto vicino a Riobamba ce n'è uno attivo, il Tungurahua, da qualche annetto bello nervoso. Comunque, gli ultimi cento metri sono un agonia, le scarpe, ormai più buchi che scarpe, sono super lisce, e camminare sulla neve ghiacciata mi fa sentire agile come un orso ballerino. Nei dintorni mi visito anche le lagunas de Atillo, ovviamente con un nebbione padano che me le fa apprezzare enormemente, anche se risultano alquanto affascinanti. Il capodanno lo passo con la familia di Holguer, tutti mascherati da qualcosa, con un bel lavoro pomeridiano a truccare la gente (e me stesso), e poi trasferiti al bar a giocare a giochi in scatola fino a tardi, tutto tranquillo e piacevole.
Dopo aver provato alcune specialità locali, come il ceviche de chochos, una specie di ceviche fatto senza pesce ma con dei legumi della zona, delle empanadas buonissime, el bolon de verde (una palla deliziosa, con farina di mais e carne, o formaggio) e alcune tortillitas con formaggio, e la visita di un paio di chiese nella provincia (la più antica di tutto l'Ecuador, e una pacchianata neogotica enorme in un paesello piccoletto), me ne vado in direzione di Ambato, città di passaggio, dove però mi trovo bene con il buon Juan Pablo, psicologo amante dell'Europa, dei libri, dell'arte e della musica, e soprattutto gran goloso (la Nutella e la cioccolata non mancano!), con il quale ci facciamo delle belle chiacchierate, oltre a conoscere un tot di amici, tra i quali il fotografo Luis, che si innamora della mia linda figura e passa un pomeriggio a farmi foto in varie parti della città, mentre ne approfitto per assaggiare varie deliziosità locali, quali la colada morda (specie di api boliviano), il pan di Pinllo e soprattutto il mitico ponche suizo, una specie di frappè, però non frappè, non so la parola giusta, super dolce e cremoso, e e fritadas (carne asada). In una giornata ancora piovosa mi avventuro per il parque Llaganates per vedere alcune lagune, con una pioggia battente e assai molestatrice, soprattutto se devi camminare sei ore, ma fortunatamente vengo preso su da un gruppo di riobambesi in macchina, e così mi risparmio un sacco di acqua e freddo, e con i quali vado anche al villaggio di Pillaro a vedere la diablado, una specie di carnevale dove i ballerini sono vestiti da diavoli, di tutti i tipi!
Ultima tappa di questa prima parte di Ecuador è la cittadina di Baños, dove il numero di turisti supera quella degli autoctoni, posizionata ben più in sotto di Ambato ma ancora non calda, sempre colpa di sta pioggia che mi perseguita (cioè, non è che piove tutto il tempo, ma almeno una pioggia al giorno la fa...). La casa di Patricio, che mi ospita, è la più figa finora incontrata, una specie di ostello dove il primo giorno siamo ben 12 viaggiatori a invadere la sua dimora! Che roba, con argentini, cileni musicisti, ecuadoriani, franco-spagnoli, belgi, statunitensi e anche un italiano piacentino, anche se i belgi e l'italiano se ne vanno la sera. Baños è incastonata in una valle verdissima con e stretta, dominata da montagne e dal vulcano Tungurahua (Baños è situata nel lato dove la lava non arriva), e grazie all'attività vulcanica sono molte le terme, sempre affollatissime, sia dai locali che da ordate di gringos caciaroni. Mi passo i giorni passeggiando per le montagne vicine, da dove tento senza successo di avvistare il vulcano attivo, purtroppo sempre coperto da nubi, e un giorno lo dedico a pedalare per la classica "Ruta de las Cascadas" (ovviamente con la pioggia), un tratto di strada di 25 km dove si trovano un sacco di cascate, la più famosa il Pailon del Diablo, in questo periodo ancora più bella grazie alla grande quantità di acqua che passa tra le rocce di una specie di canyon (a volte la pioggia serve!). La ruta, superturistica, la faccio in compagnia di un simpatico argentino di Cordoba, Ezequiel, che prova anche il canopy, una roba da sport extrema, praticamente passare da un lato all'altro della valle attaccato a un cavo di metallo volando come un uccello, cioè a pancia in giù e vedendo il tutto dall'alto. Io non provo neanche a farlo, ste cose non fanno per me, quando mi cresceranno le piume forse... Il ritorno, contrariamente a tutti i turisti sfigati, lo faccio in bicicletta, e in effetti capisco perché gli altri non lo fanno: l'andata è in discesa, ma il ritorno quasi tutto in salita, uff uff... che penosa condizione ciclistica.
Dopo qualche torneo di playstation nella casa di Patricio (incredibili e inattese vittorie a calcio virtuale con Inter e Italia, che la playstation l'ho usata 5 volte in vita), un altro paio di ponche suizo (una droga ormai) e una mattinata nelle terme per rilassare il corpo annacquato, me ne vado in direzione della selva, stufo della pioggia e del non caldo, sognando un clima migliore: sarò fortunato??? La selva mi accoglierà con più di 30 gradi, mango e cocchi come in Perù??? Speriamo!
Hasta luego!
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